Il Conte Avv. Francesco Perez è nato a Verona il 9 luglio 1861 ed è morto il 4 dicembre 1937.
Oltre che membro attivissimo della San Vincenzo Diocesana di Verona egli fu anche Consigliere comunale di Zevio, Amministratore Prefetto della laica "Congregazione di Carità" (Ente Comunale di Assistenza) del Comune di Zevio e Vice Pretore di Verona.
Il conte Perez considerò queste cariche non come un privilegio, ma come un servizio che il Signore gli domandava soprattutto verso i più poveri, come immagini vive di Gesù.
Da consigliere comunale si faceva voce di chi non aveva voce: dei poveri. Sapendo come durante l'inverno i braccianti e i contadini rimanevano senza lavoro, in autunno proponeva con calore alla Giunta comunale alcuni lavori, appunto "per dare lavoro ai braccianti disoccupati nella prossima invernata".
Come Presidente Amministratore dell'Ente Comunale di Assistenza ebbe una lunga vertenza con quei medici che, non senza profitto personale, prescrivevano medicinali non necessari ai poveri e con quei farmacisti che non fornivano le loro farmacie dei medicinali prescritti dai medici. Il Perez faceva suo il disagio dei poveri non efficacemente assistiti e con rispettose, ma forti lettere, ricordava ai sigg. medici e ai sigg. farmacisti che "si ruba ai poveri quando si usano i soldi a loro destinati in una maniera non efficace, che non permette loro di trarne vantaggio, e che è invece sempre possibile devolvere, in altra maniera, a loro vero vantaggio quanto veniva speso in medicine che non servono per curarli" (cfr. Lettere ai Medici e ai Farmacisti).
Come membro della "San Vincenzo" ebbe occasione di conoscere anche l'estrema povertà della famiglia Calabria alla quale, sfrattata, offrì alloggio al pianterreno di un suo palazzo in Via Cavour. E quando il giovane chierico Giovanni Calabria, in Prima Teologia, con la benedizione del suo Vescovo il Card. Luigi di Canossa fondò la "Pia Opera a sollievo degli infermi poveri" il Conte Perez fu uno dei primi laici a iscriversi.
Ma dove la carità del Perez ebbe la possibilità di raggiungere le vette più alte, fu proprio nella "San Vincenzo".
La visita personale alle famiglie bisognose introdusse in breve tempo e profondamente il giovane Conte nel mondo della povertà e della miseria. Era un mondo che conosceva da sempre, ma altro è sentir dire e altro è vedere. E quel mondo lo scuoteva profondamente.
Lo constatiamo dalle tre relazioni che il Conte fece davanti al suo Vescovo e ai membri della "San Vincenzo". Esse testificano il grado della sua immersione psicologica in quel nuovo mondo, tanto diverso da quello da cui proveniva. Egli chiama le famiglie assistite "le nostre famiglie", quasi che esse, e non la famiglia d'origine, occupassero il più largo spazio nel suo cuore.
Un'altra nota che emerge fin dalle prime righe è la coscienza che l'esercizio di queste "visite" è una scuola preziosa per chi le fa, molto più utile a lui che non a chi ne beneficia materialmente.
È così innamorato dei poveri da esclamare, di fronte al Cardinale e ai soci della "San Vincenzo":
"I poveri sono i nostri maestri". E continua: " In mezzo alla più squallida miseria inasprita talvolta dalla malattia e da vari dispiaceri morali, in quei tuguri e in quelle soffitte che noi visitiamo, si scoprono spesso sacrifici nascosti e tante prove di virtù che, anche se restano nascoste, sono come le gioie che brillano tra le dure rocce della montagna". E, preso dall'entusiasmo, termina esclamando: "L'esempio di tanti sacrifici e di tante rassegnazioni in quel Dio che fu crocifisso, e la cui immagine sta proprio a suo agio dove regna il dolore, deve essere per tutti una scuola".
Una scuola! Egli la propone, questa scuola, ai soci che sono genitori riportando un celebre passo del Beato Federico Ozanam, Fondatore della "San Vincenzo":
"Voi avete dei figli. Quale utile lezione, quale commovente spettacolo mostrar loro dei poveri, mostrar loro nostro Signore, non solo nelle immagini dipinte dai più celebri maestri, o sopra altari splendenti di luce, ma mostrar loro Gesù e le sue piaghe nella persona dei poveri. Bisogna che essi, i figli, abbiano visto soffrire gli altri per imparare come si fa a soffrire, per essere preparati quando il dolore o presto o tardi li toccherà. Bisogna che noi e i nostri figli sappiamo che cosa è la fame, la sete, una nuda soffitta, bisogna che essi vedano dei fanciulli malati, dei fanciulli piangenti. Bisogna che essi li amino! O questa vista risveglierà qualche battito nel loro cuore o questa generazione è perduta".
Queste parole le pronunciò con animo appassionato pochi mesi prima di salire per sempre a S. Zeno in Monte, nella nascente Opera di don Calabria. Là, dove la povertà e il bisogno erano l'atmosfera abituale. Vi entrò il 20 agosto 1909 e vi passerà il resto della sua vita facendosi, lui, Conte e Avvocato, padre, madre, servo dei ragazzi poveri, orfani o abbandonati raccolti dalla carità di don Calabria. E, a chi andava a San Zeno in Monte per trovare il Conte Perez, lui, sorridente, umilmente rispondeva: “Il Conte Perez è morto. È rimasto il povero Fratel Francesco Perez, e sono io”.


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